Edgar J. Aky
In principio era la damigiana, e la damigiana era nei pressi dello scantinato.
Mio nonno sistemava in serie i fiaschi mentre un lungo tubo di gomma, legato ad una astina di metallo, lentamente esplorava le segrete e purpuree stanze del mostro di vetro: «Tira più forte che puoi!» - diceva il nonno. Avevo sette anni, allora. Altri trenta son passati fra bottiglie vuote e bicchieri colmi. Le copie del mio curriculum vitae le ho lasciate nelle bettole più sordide, dove ho imparato che una lisciata di mano, con due venticinque terzi, è una giocata da maestri, mentre se piombi sempre a denari non andrai molto lontano…
A scuola arrivavo sempre in ritardo e avevo già da tempo staccato tutti i fogli dal libretto delle giustificazioni.
Poi venne il tempo dell’Università. Seguivo tutti i corsi ma facevo sempre irruzione quando la lezione era già iniziata
da un pezzo: «Chiedo venia Prof, ma ultimamente Fratel Friedrich, insieme a Fratel Emile e Fratello Fëdor… e poi anche Sorella Grappa… beh, i loro discorsi rendono le mie notti un tantino inquiete». Fu così che il vizio prese il sopravvento e l’aggravante del ritardo divenne la recidiva: «Esimio datore di lavoro, lei ha perfettamente ragione ma non è colpa mia se nelle ore notturne Fratel Charles, insieme a Fratel John e Fratello Louis… e poi anche Fratello Whiskey… in loro compagnia si finisce sempre per far baldoria e poi al mattino non sento più il canto del gallo».
Finché un giorno, incautamente, sfidando la sorte, io vidi il nulla dischiuder le porte: «Chi cazzo è che osa svegliarmi alle 8:30 del mattino? Maledetti call center, bastardi!». Era l’editore…
